Pillole di storia aquilana: la ricostruzione

Per volere di Carlo I d’Angiò la città dell’Aquila fu ricostruita in breve volger di tempo, secondo i patti stipulati, i cui termini somigliano ad un vero e proprio piano urbanistico.

Il territorio dell’Aquila venne diviso in lotti (i “locali”) i quali furono assegnato ai castelli fondatori, previo pagamento di una tassa (12 carlini ovvero un fiorino d’oro), perché vi edificassero proporzionalmente al numero delle famiglie (fuochi), con la conseguenza che i castelli più popolosi divennero proprietari di un maggiore spazio cittadino.

Buccio di Ranallo, nella sua “Cronaca aquilana rimata“, ci dice che quindicimila furono i fuochi che avrebbero dovuto popolare la città ed anche che fu acquistato terreno in misura maggiore di quanto, ancora al suo tempo, ne fosse effettivamente edificato, includendo dentro le mura la stessa altura di Collemaggio.

La città fu quindi impostata in base a un preciso programma urbanistico che riunisse le popolazioni di tutti i castelli del contado. Ogni castello inviava parte della popolazione sul lotto (“locale“) assegnato riproducendo il luogo di provenienza.  Le abitazioni vennero disposte intorno ad una piazza, una chiesa e, quando fu costruito l’acquedotto di Sant’Anza (1308), una fontana.

Nonostante l’assegnazione dei “locali” dovesse rispecchiare topograficamente il territorio circostante, spesso questa norma non fu rispettata. I castelli più potenti, non i più vicini, occuparono l’area centrale della città, quella gravitante intorno a piazza Duomo. Il legame del “locale” con il territorio sembrerebbe espresso dal fatto che il campanile della chiesa doveva essere visibile dal castello di origine.

Così alla struttura urbana monocentrica di epoca sveva se ne sostituì una policentrica, ottenuta per giustapposizione di singole unità (i ‘locali’). Essa era impostata su un cardo (via che correva in direzione nord-sud nelle città romane) e un decumano (via che correva in direzione est-ovest).  I percorsi curvilinei furono parzialmente rettificati secondo l’ottica regolarizzatrice angioina.

Le mura dell’Aquila

Lucchesino da Firenze nominato da Carlo d’Angiò Capitano della città dell’Aquila nel 1272, iniziò la costruzione delle mura, un’opera grandiosa per la difesa della risorta città. Con le mura, larghe sei palmi,  si definì il perimetro urbano, talmente vasto da lasciare all’interno ampi spazi vuoti, destinati a non venire colmati neppure successivamente, per effetto della contrazione demografica dovuta alle numerose epidemie del Trecento.

Nelle mura vennero aperte quattro porte corrispondenti ai quattro quartieri cioè ai quarti in cui l’Aquila era stata divisa: S. Giorgio, con la chiesa di S. Giusta di Bazzano, S. Maria, con la chiesa di S. Maria Paganica, S. Pietro, con la chiesa di S. Pietro di Coppito e S. Giovanni, con la chiesa di S. Marciano di Roio. Successivamente furono aperte anche altre porte (almeno fino a dodici), come si può vedere dalla mappa della città di Pico Fonticulano che fornisce una raffigurazione delle mura che non doveva discostarsi troppo dalla fase medievale. Ogni quarto aveva la propria bandiera con l’immagine dei Santi per prendere successivamente le sembianze odierne distinguendosi per il colore.

Contemporaneamente alla prima costruzione delle mura, fu eretta la fontana delle Novantanove cannelle (secondo la tradizione, 99 erano i castelli che parteciparono alla fondazione dell’Aquila).  È costituita da cinque vasche poste su livelli differenti e leggermente sfalsati tra loro. Sulla più alta delle vasche viene immessa l’acqua tramite appositi mascheroni porta-getto di varia foggia (umana, animale e floreale) e tutti diversi tra loro.

La fontana fu probabilmente eretta su progetto dell’architetto Tancredi da Pentima nel 1272  come testimoniato dalla lapide sita sulla parete di fronte al cancello d’ingresso.

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Pianta dell'Aquila

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